federalismo_fiscale

…stimolato da una mail di Umberto, che ha dedicato alcuni post alla questione del Federalismo fiscale, cercherò - molto modestamente - di fornire un mio piccolo contributo di analisi alla discussione.

Introduco il discorso dicendo che lo Stato-nazione è morto, evviva lo Stato-nazione. Il “Welfare“, quel grande meccanismo di “mutualismo sociale” che ha strutturato per circa sessanta_anni una formidabile rete di Protezioni sociali (e civili) all’interno dello Stato, si è disintegrato. E non si può pretendere di tornare indietro perchè i processi storici sono un grande impulso ad attraversare il Futuro a cui si può resistere (evidentemente perdendo) oppure si può guardare oltre pensando ad “altri Mondi possibili”.

Analizziamo brevemente che cosa ha effettivamente rappresentato lo “Stato sociale” per tutti noi. Non è stata semplicemente una invenzione liberale per sostenere il libero Mercato (in un particolare momento di crisi) attraverso l’intervento statale, ma è diventata una cornice politica e sociale entro cui si è strutturata la nostra Vita civile. Anche le nostre “appartenenze” sono state strettamente legate a questa Organizzazione dello Spazio politico. La “borghesia“, la “classe operaia“, i “colletti bianchi“ tutte categorie sociali definite attraverso la lente_a_contatto del Lavoro salariato su base nazionale. Naturalmente anche il fisco e l’imposizione fiscale è stato organizzato in questo Spazio dello Stato, con lo stesso meccanismo di redistribuzione applicato nella Società. Reddito-imposizione. La Regione “ricca” (che è ricca non solo per proprie virtù, ma anche le migrazioni ed altri aspetti non secondari…) contribuiva in maniera maggiore alla fiscalità generale distribuita proporzionalmente sulle Regioni “povere” in uno sforzo concreto di “mutualismo”.

Con la disintegrazione dello “Stato sociale”, che possiamo fare coincidere più_o_meno a quando il Lavoro ha cominciato a subire un processo di precarizzazione irreversibile che ha distrutto quella Organizzazione dello Spazio politico determinata dalla centralità del Lavoro salariato, quando di conseguenza le Protezioni sociali e civili (quella “rete” di mutualismo sociale) sono venute a mancare, si è disintegrato anche lo Stato-nazione e la prima “vittima” di questo percorso storico è stata proprio l’Imposizione fiscale. Tanto a livello individuale (il “Partito delle Tasse“…) quanto a livello collettivo (la Lega Lombarda nasce nella prima metà degli anni novanta - a “contro-rivoluzione” Capitale-Lavoro già avviata - sul Programma di fare rimanere “in loco” il novanta_percento delle Entrate fiscali delle Regioni). L’imposizione, che non fornisce più alcuna “garanzia” (almeno nell’immaginario collettivo), viene messa in discussione. E’ questo processo sociale ed economico che ha portato alla disintegrazione del sistema previdenziale nazionale (con la nascita delle Assicurazioni private e delle pensioni integrative), al tentativo di distruggere e superare la Contrattazione collettiva nazionale del Lavoro (a vantaggio delle contrattazione “locale” di secondo livello) e, più in generale, alla Idea - socialmente disastrosa - che ognuno deve pensare individualmente al proprio Futuro (pensione integrativa, formazione lavorativa continua…). Questa però vuole essere solo una analisi del Presente davanti a cui non si può tornare indietro ma si deve necessariamente andare avanti.

E’ evidente, quindi, come il Territorio comincia ad assumere una certa importanza. E’ diventato un vero e proprio “Soggetto politico” che presuppone una propria Organizzazione dello Spazio sociale. Alcune idee “da Destra” a questa nuova necessità di Organizzazione sociale sono il rafforzamento del secondo livello di contrattazione e, soprattutto, il Federalismo fiscale. La Sinistra, invece, su queste dinamiche di discussione ”perde” clamorosamente e si limita ad inseguire la Destra nell’agenda istituzionale quando, a mio parere, dovrebbe seriamente cominciare ad interrogarsi su una propria Narrazione politica da presentare ai Territori. In questo senso, sempre a mio modesto avviso, l’analisi “concreta” intorno alla tematica dei Beni Comuni può diventare una Narrazione sociale ed un Progetto politico per il Futuro. In ogni caso, cerco di confrontarmi con la questione (in questo momento centrale) del Federalismo fiscale.

Innanzitutto definiamo il limite_di_senso del concetto. Intendiamo per Federalismo fiscale una dottrina politica ed economica strettamente connessa all’assetto territoriale ed alla distribuzione (e ri-distribuzione) del prelievo fiscale sul Territorio nazionale. In questo senso potremmo provocatoriamente affermare che il Federalismo fiscale, in Italia, già esiste e viene adeguatamente applicato. Le Entrate da imposizione fiscale vengono però gestite “unitariamente” su base nazionale e distribuite successivamente secondo un principio “mutualistico” ancora presente nel nostro impianto di Welfare. Alle Regioni “ricche” viene re-distribuito in un modo mentre alle Regioni “povere” in un altro modo. Semplicemente l’ipotesi di Lavoro della Lega Nord e del centro-Destra (ma non solo centro-Destra) è quella di rivedere i termini della distribuzione, cambiando l’impianto dello Stato sociale. E’ come nella ipotesi della aliquota fiscale unica al venti_percento per ogni cittadino (senza tenere conto del Reddito), allo stesso modo l’ipotesi di Lavoro di trasformazione del Federalismo fiscale è quella di fare rimanere “in loco” l’ottanta_percento delle Entrate (tutti i dati statistici potete consultarli sullo Spazio di Umberto, non vanno ad incidere sull’analisi che sto provando a fare).

Questa è la situazione, non mi soffermo su quanto questa nuova “strutturazione” dell’imposizione sui Territori potrebbe essere dannosa e pericolosa per il Sud che, soprattutto nella prospettiva della dissoluzione del CCNL a favore della contrattazione “territoriale” di secondo livello, diventerebbe una vera_e_propria Terra di conquista per il Capitale organizzato del Nord (Confindustria non aspetta altro) che non avrebbe più bisogno di andare in Cina ovvero in Romania a sfruttare la forza_lavoro a basso costo. Aumenterebbe quindi la disuguaglianza Nord-Sud, senza fare rimanere nulla sul Territorio (perchè comunque il Profitto andrebbe ad ingrassare il Reddito del Nord). Il Mezzogiorno finirebbe per diventare solo una riserva inesauribile di manodopera a costi bassissimi (a causa della competizione verso il basso del Salario), senza bisogno della “migrazione” come invece è accaduto negli anni cinquanta-sessanta-settanta (così è fatta salva anche la “Sicurezza”).

Naturalmente, nonostante tutto questo, un problema si pone realmente (e si porrà sempre con più evidenza). Quello della Trasformazione in atto rispetto alla Organizzazione dello Spazio sociale. Lo Stato-nazione non esiste più, non garantisce più una tenuta unitaria ed una copertura del disagio attraverso l’impianto del Welfare che abbiamo conosciuto. In questo senso non andrebbe riconsiderato lo “Stato” come salvezza e garanzia di Sicurezza (sociale e civile), ma bisognerebbe attraversare le contraddizioni attuali. Rispetto al Federalismo fiscale, probabilmente, una risposta potrebbe essere quella di ripensare non tanto il Fisco quanto l’Idea del Federalismo (in questo senso l’analisi dei Beni Comuni). Ma bisogna seriamente interrogare queste trasformazioni.

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5 Responses to “federalismo_fiscale”

  1. 1 mancio

    in maniera molto terra terra…..
    il governo centrale nn “sovvenziona” più gli enti locali che devono sopravvivere da soli….. da qui nasce la corsa “a finanziarsi” degli enti locali, che con la scusa di nn farcela aumentano le tasse comunali, provinciali, regionali e così via.
    e nn parliamo ancora di federalismo!!!
    ovviamente con questa dicitura i problemi aumenteranno in maniera esponenziale!
    So che la questione è molto più complessa, ma i concetti non sono molto distanti da quanto espresso in maniera molto semplicistica.
    per questo motivo sono contrario!

  2. 2 Umberto Desimone

    Questa è la situazione, non mi soffermo su quanto questa nuova “strutturazione” dell’imposizione sui Territori potrebbe essere dannosa e pericolosa per il Sud che, soprattutto nella prospettiva della dissoluzione del CCNL a favore della contrattazione “territoriale” di secondo livello, diventerebbe una vera_e_propria Terra di conquista per il Capitale organizzato del Nord (Confindustria non aspetta altro) che non avrebbe più bisogno di andare in Cina ovvero in Romania a sfruttare la forza_lavoro a basso costo. Aumenterebbe quindi la disuguaglianza Nord-Sud, senza fare rimanere nulla sul Territorio (perchè comunque il Profitto andrebbe ad ingrassare il Reddito del Nord). Il Mezzogiorno finirebbe per diventare solo una riserva inesauribile di manodopera a costi bassissimi (a causa della competizione verso il basso del Salario), senza bisogno della “migrazione” come invece è accaduto negli anni cinquanta-sessanta-settanta (così è fatta salva anche la “Sicurezza”).

    Mi piacerebbe discutere su ciò che ho riportato del tuo articolo.
    Francè, ora non so se verrà mai stravolto il CCNL, ma nel caso accada, un ruolo importante lo dovrebbero assumere i sindacati nel difendere i salari.
    Comunque, tu scrivi che diventeremmo terra di conquista…però,tutto sommato, potremmo aumentare il nostro tasso occupazionale e non sarebbe poi tanto male. Molti ragazzi, anzichè darsi alla malavita, potrebbero lavorare stabilmente.
    Con questo non sto dicendo che sia giusto stravolgere il CCNL, la mia è solo uan riglessione al tuo scrivere…che ne pensi?

  3. 3 francesco.pietanza

    …disgraziatamente, proprio su questo punto, questa mattina sono stato “profetico”. Sono appena tornato a casa da Bari, accendo il computer e leggo la rassegna stampa. Tra gli articoli c’è questo: http://download.repubblica.it/pdf/contrattazione.pdf
    E’ praticamente quello che ho scritto nel post. I Sindacati (proprio i Sindacati) propongono a Confindustria un potenziamento della contrattazione di secondo livello, ed evidentemente una de-valorizzazione del CCNL. Naturalmente Montezemolo è felice “come una Pasqua”.
    Questo è gravissimo, a mio avviso.
    Umbè non è questione di aumento occupazionale, ma di competizione verso il basso dei salari. Praticamente si stanno ristabilendo le “gabbie salariali”, questo vuol dire che se stai a Bari, dove il “reddito medio” è di 800euro (ad esempio), il Salario che ti proporrà l’Impresa sarà di 700euro (mentre al Nord sarà più alto). E, per lavorare, si stabilirà un competizione a “svendersi”, soprattutto nelle zone di disagio (come il Sud).
    E, naturalmente, siccome i Profitti ottenuti dalle Imprese del Nord a Sud andranno comunque a Nord, quelle Regioni avranno in ogni caso più denaro per gestire le proprie strutture ed i servizi.

  4. 4 Umberto Desimone

    E allora l’unico rimedio per il sud potrebbe essere la fiscalità di vantaggio per le aziende, come proposto da Lombardo…

  5. 5 Posturanismo

    perchè l’unico rimedio non lo si può trovare nell’aumento dei salari?

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[...] potremmo dire che l'ecologia generalizzata - o l'ecosofia - opererà come scienza degli ecosistemi e pratica di rigenerazione politica, nonchè come impegno etico, estetico ed analitico. Tenderà a creare nuovi sistemi di valorizzazione, un nuovo gusto della vita, una nuova mitezza fra i sessi, le generazioni, le etnie, le razze... [...]

Felix Guattari, Caosmosi (p. 100)

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